DEPRESSIONE POST-PARTUM. Sintomi, come prevenire. Il contesto familiare è importante.

depressione post partum

COS’E’ LA DEPRESSIONE POST-PARTUM?

La depressione post partum interessa nelle sue differenti sfumature la maggior parte delle puerpere. Oltre il 70% delle madri, nei giorni immediatamente successivi al parto, manifestano sintomi leggeri di depressione, in una forma che il pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott denominò baby blues, con riferimento allo stato di malinconia (“blues”) che caratterizza il fenomeno. Si tratta quindi di una reazione piuttosto comune, i cui sintomi includono delle crisi di pianto senza motivi apparenti, irritabilità, inquietudine e angosciache tendono generalmente a scomparire nel giro di pochi giorni.  

Ben più gravi e duraturi sono i sintomi della “depressione post-partum” che possono perdurare anche per un intero anno e che comprendono: affaticamento, esaurimento, sconforto, inappetenza, insonnia o sonno eccessivo, confusione, pianto inconsulto, disinteresse per il bambino, paura di far male al bambino o a se stessa e improvvisi cambiamenti di umore.

Molti fattori intervengono a modulare l’origine del legame madre-bambino dopo il trauma della separazione rappresentato dal parto e influiscono sulle possibili variazioni dell’umore di entrambi.

Spesso la depressione post partum non viene riconosciuta e in alcuni casi viene negata, anche dalla famiglia, la quale invece può esercitare una funzione fondamentale sia in un’ottica preventiva che di supporto.

DEPRESSIONE POST-PARTUM. DA DOVE ORIGINA?

La letteratura parla di un disturbo causato da fattori biologici, psicologici e di  coppia

Tra i fattori biologici spiccano i livelli di serotonina, che è un neurotrasmettitore che regola il tono dell’umore, la caduta degli estrogeni che si verifica nel momento del parto, inoltre hanno un’influenza gli ormoni tiroidei, la prolattina e il cortisolo. 

Tuttavia non è possibile considerare solo l’aspetto biologico, esiste un aspetto emotivo ed affettivo importantissimo. Tra i fattori di origine psicologica ci sono gli eventi immediatamente successivi al parto, come il cambiamento di ruolo della donna in ambito sociale, il timore per le sue imminenti responsabilità, il proprio aspetto fisico.

CHE RUOLO HA LA FAMIGLIA?

Il più delle volte le neo-mamme tendono a nascondere i sintomi della depressione post-partum per cui è importante che chi sta vicino alle puerpere possa cogliere ed osservare variazioni anche minime del tono dell’umore, cambiamenti nel ritmo sonno-veglia, aspetti di scarso interesse per il neonato e conseguenti sensi di colpa.

Il parto è un grandissimo trauma, infatti per il  bambino si parla del primo trauma da separazione ma la separazione riguarda anche la mamma. L’attaccamento può essere considerato una motivazione a superare questo momento delicato, per cui spesso le cose vanno da sè, però le mamme in molte situazioni si trovano da sole. Per tale ragione la famiglia, il partner ma anche i medici ed i sanitari che vengono a contatto con le neo-mamme devono stare molto attenti ed accudire la mamma. E’ bene ricordare che insieme al bambino nasce anche la mamma, i due eventi sono concomitanti. 

In particolar modo le primipare, ovvero le mamme che si trovano per la prima volta a vivere l’esperienza della genitorialità, sono sprovvedute, ovvero non sanno ciò che le aspetta, dunque è necessaria una rete di aiuto che possa accompagnare e supportare la neo-mamma.

SOPRAGGIUNTI I SINTOMI DELLA DEPRESSIONE POST-PARTUM, COME INTERVENIRE ?

Ciò che è fondamentale in presenza dei sintomi sopracitati è distinguere il livello di gravità della situazione.

Il blues post partumsi manifesta attraverso frequenti e prolungate crisi di pianto, stati di tristezza e di ansia e, sebbene sia una condizione di disagio, tende a scomparire nell’arco di quindici giorni al massimo, non richiedendo particolari cure che non siano affidate al buonsenso, alla pazienza ed all’assistenza di coloro che circondano le donne che ne sono colpite.

La depressione post-partum è riscontrata approssimativamente nel 10% delle donne che hanno appena partorito, con un incremento del 30% se sono state colpite dalla stessa depressione, in occasione di un parto precedente. La percentuale sale sensibilmente in presenza di donne che hanno già manifestato in passato disturbi mentali di varia natura. La durata dei sintomi varia da qualche settimana ad un anno, con rischi di ricomparsa successiva. In tal caso dunque è necessario chiedere aiuto ad un professionista per l’avvio di una psicoterapia e in alcuni casi può essere indispensabile un aiuto farmacologico, prescritto da un medico con conseguente sospensione dell’allattamento.

LA DEPRESSIONE POST-PARTUM SI PUO’ PREVENIRE?

Pur essendoci delle cause naturali, legate alla fisiologia della donna, è possibile prevenire o quantomeno attenuare le manifestazioni della depressione post partum agendo soprattutto a livello psicologico, sia da parte della madre che di chi le sta attorno.

Per quanto riguarda la madre può essere molto utile, ad esempio, limitare i visitatori nei giorni del rientro a casa dopo il parto, dormire nelle stesse ore in cui dorme il neonato, seguire una dieta adeguata che eviti eccessi e l’assunzione di eccitanti come alcool e caffè, chiedere aiuto quando se ne sente il bisogno, mantenere i contatti con amici e familiari, rafforzare il rapporto con il partner e soprattutto cercare di mantenere un atteggiamento realistico nei confronti di se stessi, del bambino e la piena consapevolezza di una situazione che avrà degli alti e dei bassi ma che esaurirà le sue manifestazioni negative nell’arco di pochi giorni. Da parte del partner o comunque dei familiari può essere utile offrire aiuto nei lavori domestici, nell’alleviare gli impegni domestici e non, nel mostrare disponibilità ad ascoltare e ad offrire sostegno, ma solo se questo non incontra resistenze.

PREECLAMPSIA: quando la Pressione Arteriosa minaccia la Gravidanza. Dall’ASPIRINA un aiuto nella prevenzione.

preeclampsia

L’assunzione di basse dosi di Aspirina sembra possa aiutare le future mamme a rischio di Preeclampsia.

Quando in gravidanza si verifica un incremento della pressione arteriosa associato a proteinuria (perdita di proteine nelle urine) dopo la 20a settimana gestazionale si parla di Preeclampsia o Eclampsia (forma più grave). Questa sindrome in passato chiamata Gestosi o Tossicosi della Gravidanza sulla base degli elementi clinici e laboratoristici che la caratterizzano viene anche identificata dall’acrinomo EPH (edemi, proteinuria, ipertensione) e costituisce un serio pericolo sia per la gestante che per il feto. Si stima una incidenza globale (tutte le forme cliniche) tra il 5 ed il 14% di tutte le gravidanze e che ben il 15% dei tutti i parti prematuri dipenda da questa condizione.

preeclampsia
La misurazione della pressione arteriosa in gravidanza costituisce un momento fondamentale per la prevenzione e l’identificazione precoce della Preeclampsia (in passato chiamata anche Gestosi).

Le cause della Preeclampsia non sono ancora perfettamente note e l’argomento è oggetto di ricerca scientifica. Si pensa ad una riduzione del flusso sanguigno nelle arterie uterine che determinerebbe un incremento delle resistenze e quindi della pressione arteriosa ma non tutti gli Autori sono concordi questa ipotesi.

PREECLAMPSIA. SCOPRI SE SEI A RISCHIO.

Fattori di rischio per la Preeclampsia sono:

  • Una ipertensione preesistente la gravidanza
  • Età inferiore a 19aa e maggiore 40 aa al concepimento
  • Diabete
  • Malattie renali
  • Obesità
  • Gravidanze multiple
  • Malattie autoimmuni
  • Infezioni urinarie
  • Preeclampsia in una precedente gravidanza
  • Madre o sorella che hanno presentato Preeclampsia
  • Primogravida o lungo tempo intercorso rispetto alla precedente gravidanza
  • Progressivo leggero incremento dei valori pressori con l’avanzare della gestazione

SINTOMI DELLA PREECLAMPSIA: ATTENTA AL MAL DI TESTA.

I sintomi della Preeclampsia (gestosi) non sono tipici e talvolta possono essere completamente assenti. Molta attenzione deve essere posta a:

  • ritenzione di liquidi (gonfiore al viso, alle gambe, alle mani)
  • repentino incremento del peso corporeo (un incremento di 2 kg in 1-2 giorni deve allarmare)
  • cefalea (mal di testa)
  • vomito
  • vertigini
  • riduzione della diuresi (urinate di meno)
  • dolore alto addome
  • disturbi visivi
Infografica redatta in occasione del World Preeclampsia Day 2018. Potete scaricarla in pdf dalla nostra area risorse.

PREECLAMPSIA. COME VIENE FATTA LA DIAGNOSI

La diagnosi è posta dal riscontro in almeno due o tre determinazioni distanziate di 4-6 ore di valori della pressione arteriosa (PA) superiori a 140/90 e presenza di proteine (proteinuria) nelle urine.

Gli esami che il vostro medico verificherà in questo caso oltre ad una valutazione quantitativa della proteinuria sono generalmente l’emocromo, l’elettroforesi proteina (proteine nel sangue), gli enzimi epatici, la funzionalità renale e la coagulazione. Anche in feto sarà sottoposto a maggiori controlli che prevedono oltre all’ecografia ostetrica di secondo livello, la cardiotografia ed il profilo biofisico.

Le successive decisioni cliniche dipendono dalla gravità (condizioni cliniche materne e fetali) e dall’epoca gestazionale talvolta richiedendo l’immediato ricovero ospedaliero e l’espletamento del parto. Particolarmente pericolose si dimostrano le forme ad insorgenza precoce (<34 settimane) perché spesso determinano un parto prematuro.

UN SERIO PERICOLO PRIMA DEL PARTO.. MA PURTROPPO ANCHE SUBITO DOPO

La Preeclampsia e l’Eclampsia possono anche costituire una seria minaccia per la vita sia materna che fetale: talvolta infatti la pressione elevata può determinare danni neurologici (emorragia cerebrale, convulsioni, coma) e coinvolgere altri organi vitali come reni e cuore, polmoni. Nella Preeclampsia (ancora da molti identificata con la Gestosi o Tossiemia Gravidica) gli scambi nutritivi placentari si riducono compromettendo progressivamente o talvolta drammaticamente la crescita e la vitalità fetali.

La Sindrome HELPP (caratterizzata da emolisi, incremento degli enzimi epatici, riduzione delle piastrine) anche se da taluni considerata entità clinica indipendente può in realtà costituisce una rara ma temibilissima complicazione.

Il distacco della placenta (abruptio placentae) rappresenta un’altra temibile complicazione con rischio di immediata morte fetale e materna.

LA PREVENZIONE DELLA PREECLAMPSIA E’ POSSIBILE?

Molta attenzione è stata posta in questi anni all’identificazione precoce ed alla prevenzione della Preeclampsia:

  • l’assiduità dei controlli clinici con la verifica della PA e dell’esame delle urine almeno una volta al mese in gravidanze a basso rischio consentono tempi sufficientemente buoni per un’identificazione precoce; a questa strategia taluni associano test bioumorali nel primo trimestre ed una valutazione della flussimetria delle arterie uterine nel secondo trimestre.
  • Per quanto invece riguarda la prevenzione certamente utile evitare o correggere per quanto possibile i fattori di rischio; ma esiste la possibilità di una prevenzione quando i fattori di rischio non sono modificabili?

Una concreta speranza di prevenzione in questi casi viene dall’ASPIRINA. Dopo anni di incertezze sembra finalmente dimostrato che piccole dosi di questo farmaco (generalmente tra i 100 ed 160 mg/die) riducano il rischio di Preeclampsia del 24%.

Già un comunicato della US Preventive Services Task Force pubblicato sulla rivista “Annals of Internal Medicine” segnalava che l’assunzione quotidiana di bassi dosaggi di Aspirina dopo il terzo mese di gravidanza non solo poteva ridurre l’incidenza della Preeclampsia ma anche di alcune sue complicanze come il parto pretermine (14%) e l’iposviluppo fetale (20%).

Un effetto preventiva è stato poi definitivamente confermato nel 2017 da uno studio multicentrico randomizzato pubblicato sul New England Journal of Medicine guidato da Kypros Nicolaides del King’s College di Londra: nelle donne identificate a rischio a 10-11 settimane di gravidanza la somministrazione di ASPIRINA al dosaggio di 150 mg giornalieri iniziata tra la 11a settimane e la 14a settimana e continuata fino alla 36 settimane può ridurre significativamente l’incidenza di Preeclampsia.

PAP TEST ed HPV TEST. Come è cambiato lo Screening del Cancro al Collo dell’Utero

screening cancro cervice uterina tumore collo utero

Secondo il CDC lo Screening per il Cancro del Collo dell’Utero deve iniziare a 21 aa. La vaccinazione (femminile e maschile) rimane lo strumento fondamentale per sconfiggere la malattia.

PAP TEST ED HPV TEST: QUALE DEI DUE?

Abbiamo pubblicato nell’AREA RISORSE del sito una infografica molto chiara su quelle che sono le attuali raccomandazioni del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) riguardo la prevenzione del Tumore del Collo dell’Utero chiamato anche Cancro Cervicale.

Essendo lo HUMAN PAPILLOMA VIRUS (HPV) il responsabile del tumore al collo dell’utero il CDC (l’equivalente USA del nostro Ministero della salute) ribadisce che la prevenzione primaria con la VACCINAZIONE PER IL VIRUS HPV in giovane età (ragazze e ragazzi tra 11 e 12 anni di età) rimane lo strumento più efficace per debellare questa forma di tumore. Tra l’altro la letteratura scientifica non solo è concorde riguardo la sua efficacia ma anche riguardo la sicurezza.

Tecnica del prelievo per Pap Test e Ricerca Virale HPV: normalmente si usa uno Speculum monouso per divaricare le pareti vaginali quindi si procede al campionamento delle cellule cervicali ed endocervicali.

Lo screening (prevenzione secondaria) andrebbe iniziato a 21aa e prima dei 30aa sembra del tutto inutile basare la prevenzione del tumore al collo dell’utero sulla ricerca dello HPV (Test HPV); i virus HPV in questa fascia di età sono infatti molto frequenti ed hanno un comportamento biologico molto diverso rispetto alle donne over 29.

Detto questo e per essere concreti nel messaggio, tenete presente quanto segue:

  • Lo screening del tumore del collo dell’utero (chiamato anche cancro
    cervicale o tumore della cervice uterina) va iniziato a 21 aa;
  • tra 21 e 29 aa lo strumento fondamentale dello Screening (prevenzione
    secondaria) rimane il PAP TEST che se negativo andrebbe ripetuto ogni 3
    anni:
  • dopo i 30aa potete scegliere: a) proseguire il Pap Test ogni 3 anni oppure b) fare il PAP TEST insieme al TEST HPV che se completamente negativi (sia il Pap test che la ricerca virale HPV) andranno ripetuti ogni 5 anni;
screening tumore collo utero
Raccomandazioni CDC per lo Screening tumore Cervice Uterina

Lo screening per il Tumore del Collo Uterino (cancro cervicale o tumore della cervice uterina) andrebbe terminato a 65 aa; ma una eventuale prosecuzione è possibile dopo discussione con il proprio Ginecologo.

GRAVIDANZA E DONNE VACCINATE: LO SCREENING DEL CANCRO AL COLLO UTERINO NON SI FERMA.

Fate attenzione:

  • LA GRAVIDANZA non è assolutamente un buon motivo per non fare o rimandare lo screening del Tumore al Collo dell’Utero;
  • Allo stesso modo ESSERE VACCINATE non esenta da condurre lo screening che dovrà essere simile alle donne non vaccinate.

IL MIGLIOR TEST DI SCREENING DEL TUMORE DEL COLLO UTERINO COMPIUTI I 30AA

Personalmente ritengo che il Test Combinato (Pap Test con contestuale ricerca HPV) dai 30aa di età sia il test migliore. E’ sensibile, altamente attendibile e comodo per la donna; infatti se negativo fa ripetuto ogni 5 anni).

E IL VACCINO?

Il vaccino HPV rimane fondamentale per la prevenzione primaria. Solo una estesa politica vaccinale estesa anche ai maschi può portare a sconfiggere definitivamente il cancro cervicale.

GARDASIL 9®: il VACCINO HPV attivo contro ben 9 virus che ti aiuta a prevenire il Cancro della Cervice Uterina.

vaccino hpv gardasil 9

l Gardasil 9® (vaccino HPV 9 valente) è sicuro e più efficace dei precedenti. Non solo interessa le giovani donne ma anche gli uomini e le donne adulte. Inoltre, oltre al tumore della cervice uterina estende la protezione ai condilomi e ad altri numerosi tumori di vagina, vulva ed ano.

Il nuovo VACCINO HPV 9-valente (GARDASIL 9®) è in vendita e quindi utilizzabile anche in Italia ormai da qualche anno.
Come dice lo stesso nome si tratta di un vaccino attivo verso ben 9 virus HPV ed esattamente contro gli HPV 6, 11, 16, 18, 31, 33, 45, 52, 58; HPV ad alto rischio responsabili del tumore del collo dell’utero (cervice uterina) ma anche implicati in lesioni precancerose e tumori della vulva, della vagina e dell’ano.

CHI PUO’ USARE IL VACCINO HPV 9 VALENTE GARDASIL 9®?

La POPOLAZIONE CHE PUO’ GIOVARSI del nuovo vaccino HPV è veramente molto ampia e per la prima volta include anche i soggetti maschi. La vaccinazione HPV dell’uomo è un passo avanti molto importante e potrà contribuire a ridurre non solo le lesioni maschili (condilomi ed alcuni tipi di tumore) ma anche ad eradicare l’infezione diminuendo il numero dei portatori sani (uomini infettanti ma senza lesioni). Inoltre il nuovo vaccino HPV nonavalente non è solamente utile alle giovanissime ma estende l’applicabilità anche alle donne adulte fino ai 45 anni di età.

Una volta valutate con il vostro medico le indicazioni ed escluse eventuali controindicazioni (es. allergia verso uno dei componenti) il CICLO DI VACCINAZIONE prevede generalmente la somministrazione di 3 dosi: la seconda dose preferibilmente due mesi dalla prima e la terza dose preferibilmente quattro mesi dalla seconda completando comunque il ciclo di vaccinazione entro 12 mesi dalla prima dose.

Il VACCINO 9 -VALENTE o nonavalente (nome commeriale GARDASIL 9®) viene iniettato per via intramuscolare preferibilmente a livello del braccio o della coscia ed è ottenibile in farmacia esclusivamente con prescrizione medica. Sono comunque ormai molti i servi pubblici di Igiene che hanno il vaccino e che provedono a somministralo.

E’ costituito dalle proteine di membrane dei virus ottenute con “tecnica ricombinante” ed associate ad un “adiuvante” che potenzia la risposta immunitaria; una protezione che secondo gli studi condotti fino ad oggi è al momento stimata almeno superiore ai 10 anni. Si tratta di una evoluzione dal già noto vaccino quadrivalente (attivo verso HPV 6, 11, 16 e 18) nel quale sono stati aggiunti altri 5 tipi virali anch’essi ad “alto rischio”.

VACCINO HPV. LA STRADA PIU’ EFFICACE PER PREVENIRE IL CANCRO DEL COLLO DELL’UTERO MA NON SOLO…

Sappiamo ormai da tempo che il PAPILLOMA VIRUS (HPV) integrandoli nel DNA cellulare è responsabile delle lesioni precancerose (displasie) e del tumore della cervice uterina ma anche di una buona parte dei tumori anali, vulvari, vaginali e del pene. La vaccinazione si pone quindi innanzi tutto come strumento di prevenzione primaria cioè idoneo a contrastare l’insorgere di queste patologie.

Allo stato attuale è noto che i maggiori benefici della vacinazione HPV si ottenendo con una vaccinazione universale sia maschile che femminile di età pre-adolescenziale (12 aa). Tuttavia è emerso che l’efficacia di questi vaccini può estendersi anche in gruppi di età superiore.

Il Gardasil 9, Vaccino HPV 9 valente non è efficace soltanto contro il cancro del collo dell’utero…

Il VACCINO HPV 9 – VALENTE (GARDASIL 9®) è indicato quindi per immunoprofilassi attiva di individui a partire dai 9 anni di età di entrambe i sessi per prevenire le seguenti patologie:
– lesioni precancerose e tumori del collo dell’utero, della vagina, della vulva;
– Condilomi genitali.

Per le donne da sapere che non esiste nessuna controindicazione al contemporaneo utilizzo di un contraccettivo orale e che può essere somministrato anche a donne che stanno allatando al seno. Per l’utilizzo in previsione o nel corso di una gravidanza andrebbe condotto un consueling adeguato con il proprio medico.

DA SAPERE. IL VACCINO HPV 9 E’ CONSIGLIATO ANCHE DOPO LA CONIZZAZIONE

Sempre per le donne davvero interessante la possibilità di utilizzo anche dopo i 25 anni e fino ai 45 aa anche nei soggetti già trattati per patologie HPV correlate come le donne ad esempio sottoposte a CONIZZAZIONE dove l’utilizzo della vaccinazione HPV è raccomandato al fine di diminuire la possibilità di recidive.

PARTO PREMATURO. Sintomi, terapie, prevenzione. Tra esigenze materne e neonatali.

parto prematuro cardiotocografia

Per PARTO PREMATURO o PRETERMINE intendiamo quel parto che avviene prima della 37° settimana gestazionale (259 giorni).

Poiché il parto prematuro costituisce la principale causa di mortalità e morbilità (malattia) del neonato è davvero molto importante parlarne e diffonderne la conoscenza anche tra le future mamme.

COME RICONOSCERE LA MINACCIA DI PARTO PREMATURO

La caratteristica sintomatologia cui dovreste porre molta attenzione è la comparsa di contrazioni che generalmente corrispondono a dolori addominali ritmici e percezione palpatoria addominale di indurimento uterino. Non esitate in una condizione di questo genere a chiedere un consulto ostetrico ginecologico.

Le condizioni più frequentemente associate a minaccia di parto prematuro e parto pretermine sono:

  • anomalie morfologiche dell’utero come la fibromatosi uterina e sindromi malformative (utero bicorne);
  • iperdistensione della cavità uterina come avviene nel Poliamnios (aumento del liquido amniotico) e gravidanze nelle gravidanze gemellari;
  • infezioni sistemiche, genitali (particolarmente pericolosa la vaginosi batterica) e del tratto urinario;
  • anomalie della cervice uterina (esiti importanti di pregresse conizzazioni, incompetenza cervicale);
  • la Rottura Prematura delle Membrane;
  • la restrizione della crescita fetale (iposviluppo fetale)
  • Malattie materne croniche come il diabete e l’ipertensione o problemi endocrinologici come l’Ipertiroidismo

PARTO PREMATURO. FATTORI DI RISCHIO.

  • etnia africana (16-18% contro il 5-8% di quella caucasica);
  • pregresso parto pretermine o un aborto del secondo trimestre;
  • episodi di sanguinamento in gravidanza;
  • il fumo di sigaretta ed l’abuso di alcool;
  • il consumo di sostanze stupefacenti;
  • l’età materna (>40aa);
  • condizioni socio-economiche disagiate e basso peso prima del concepimento

Distinguiamo per gravità diverse forme di parto prematuro in base all’epoca gestazione in cui esso si verifica parlando di “estremo” quando avviene prima delle 28 settimane, “precoce” tra la 28 e la 30 settimane, “moderata” tra la 31 e la 33 settimane e “lieve” quando avviene dopo la 34 settimane.

La Cardiotocografia (CTG) monitorizza e consente di valutare l’attività contrattile uterina ed il battito cardiaco fetale; sicuramente utile nella diagnostica del Parto Prematuro.

I PROBLEMI DEL NEONATO PREMATURO

Il progresso della medicina neonatale ci consente di gestire bambini in epoche molto precoci ma è innegabile che il parto prematuro costituisca ancora oggi un serio problema per i neonati essendo causa possibile di :

  • decesso neonatale;
  • gravi disturbi respiratori acuti (Respiratory Distress Sindrome – RDS) e cronici;
  • sepsi ed enterocolite necrotizzante;
  • emorragia intraventricolare e paralisi cerebrale;
  • cecità e/o sordità;
  • anomalie dello sviluppo cognitivo e motorio.

COME PREVENIRE IL PARTO PREMATURO?

E’ evidente quindi come la lotta al parto pretermine e particolarmente la sua prevenzione debba costituire un’autentica priorità medica e sociale.

Una strategia applicabile è quella di effettuare tra la 22a e la 24a settimana il dosaggio cervici-vaginale della Fibrinonectina Fetale (glicoproteina prodotta dagli amniotici e citotrofloblasto) oppure sempre nello stesso periodo effettuare una cervicometria (ecografia transvaginale del collo dell’utero).

Reperto ecografico cervicometrico vaginale normale
Reperto ecografico cervicometrico vaginale normale

La cervicometria si è dimostrata sin dal 1998 (quando Nicolaides la propose per la prevenzione del parto pretermine) una tecnica molto affidabile, ripetibile, sicura e dal costo contenuto: normalmente la cervice tra la 22a e la 24a settimana è lunga mediamente 36 mm e valori inferiori si correlano esponenzialmente con un aumento di rischio particolarmente quando inferiori a 15 mm nella gravidanza singola e 25 mm nella gemellare. Nel corso della cervicometria viene sempre esaminato l’orifizio uterino interno ed una sua eventuale dilatazione (particolarmente se associata a ridotta cervicometria) costituisce un ulteriore elemento di rischio.

La Fetal Medicine Foundation (http://www.fetalmedicine.com) ha addirittura messo a punto un software online (disponibile solo per medici accreditati) che consente di integrare il dato cervicometrico con altri fattori di rischio in modo tale da avere una stima di rischio ancora più accurata.

PARTO PREMATURO. LA TERAPIA.

Numerose sono le strategie terapeutiche introdotte nel corso degli anni ma nessuna di esse ha risolto definitivamente il problema.

Tra queste certamente hanno avuto ed hanno un ruolo importante il cerchiaggio cervicale, l’uso di progestinici (particolarmente per intra muscolare e vaginale), i tocolitici (farmaci che agiscono selettivamente su recettori uterini).

A queste si affiancano l’uso di antibiotici e più recentemente di pessari vaginali.

La sopravvivenza fetale e la riduzione della morbilità è migliorata inoltre anche grazie dall’uso di farmaci (generalmente corticosteroidi) induttori della maturità polmonare fetale; farmaci che quando correttamente somministrati alla mamma prima del parto riducono l’incidenza o la gravità dell’insufficienza respiratoria neonatale.

Ciascuna di queste terapie ha specifiche indicazioni e controindicazioni che esulano dallo scopo informativo di questa trattazione e sono di esclusiva scelta del vostro Medico Specialista o Centro di Riferimento Ospedaliero.

QUANDO IL PARTO PREMATURO E’ NECESSARIO.

Il Parto Prematuro è diventato sempre più anche una scelta terapeutica (iatrogenico) necessaria particolarmente quando le condizioni fetali per motivi acuti o cronici (es. arresto della crescita) lo richiedano o quando gravi condizioni materne non consentano più la prosecuzione della gravidanza.

La scelta di un parto prematuro iatrogenico è sempre frutto di un attenta valutazione su vantaggi e svantaggi sia a livello materno che fetale e certamente è agevolata dalla possibilità di avere una buona assistenza neonatale intensiva e rianimatoria.

Per concludere questa breve dissertazione è importante che le future mamme conoscano la gravità di un parto pretermine, sappiano adottare una particolare prudenza quando appartenenti alle categorie a rischio; prudenza che sostanzialmente consiste nel seguire le raccomandazioni mediche e riconoscere precocemente eventuali sintomi.

La cultura della prevenzione è sicuramente cresciuta e sempre più esami come la cervicometria, l’urinocoltura ed il tampone vaginale vengono effettuati anche nella popolazione a basso rischio.

Nel nostro studio la cervicometria viene effettuata ormai di routine nel corso della visita ostetrica tra la 22 e 24 settimane; inoltre, al fine di contrastare forme infettive vaginali (la vaginosi batterica in particolare) viene anche effettuato un esame microscopico “a fresco” delle secrezioni vaginali nel corso della prima visita ostetrica.

Prevenzione del Parto Prematuro: il Progesterone supera Cerchiaggio Cervicale e Pessario di Arabin.

parto prematuro

Parto Prematuro (Parto Pretermine). Definizione.

Si definisce Parto Prematuro quel parto che avviene prima della 37a settimana di gravidanza. Si tratta in realtà una sindrome ostetrica ad eziologia multifattoriale che costitituisce ancora oggi una delle maggiori cause di morte e danno neonatale. Si definisce invece Minaccia di Parto Pretermine il quadro clinico
caratterizzato da presenza di attività contrattile (4 contrazioni in 20 minuti) associata a modificazioni della cervice uterina tra la 20a e la 37a settimana di gestazione.

Fattori di rischio per Parto Prematuro

Sono considerati Fattori di Rischio per Parto Prematuro precedenti parti pretermine, la presenza di una gravidanza multipla, una ridotta lunghezza della cervice uterina (accorciamento del collo uterino), la presenza di infezioni, malattie dell’utero come la fibromatosi o malformazioni malformazioni congenite; purtroppo però questa temibile complicazione della gravidanza può presentarsi in modo del tutto improvviso in donne apparentemente sane.

Il Parto Prematuro si può prevenire?

Molti sforzi sono stati fatti nella prevenzione del Parto Pretermine in soggeti con fattori di rischio: tra i trattamenti usati a questo scopo il più celebre è il cerchiaggio cervicale al quale più recentemente si è affiancato come alternativa il pessario cervicale, un dispositivo rimovibile inserito temporaneamente in vagina.

L’efficacia del progesterone, somministrato per via vaginale o intramuscolare è stata per molti anni oggetto di controversia.
Nel 2016 sulla base delle evidenze scientifiche che emergevano il NICE (National Institute for Health and Care Excellence inglese) aveva rivisto le proprie linee guida equiparando l’efficacia del Progesterone a quella del Cerchiaggio Cervicale e lasciando la scelta tra i due metodi al consueling (colloquio ragionato con valutazione rischi-benefici) con la paziente.

Efficacia del Progesterone Vaginale

Più recentemente anche l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha riconosciuto l’efficacia del Progesterone somministrato sia per via vaginale che intramuscolare nella prevenzione del Parto Prematuro in soggetti con fattori di rischio.

Un articolo pubblicato tempo fa sul British Journal of Obstetricas and Gynecology (BJOG) ha fatto chiarezza dimostrando la maggiore efficacia del progesterone rispetto sia al cerchiaggio cervicale che al pessario cervicale (Pessario di Arabin). Basato su una revisione sistematica dei maggiori studi clinici condotti negli ultimi anni per valutare l’efficacia dell’uso del progesterone vaginale, del cerchiaggio cervicale e della prevenzione del parto prematuro in gravidanze singole a rischio. Gli studi esaminati e sottoposti ad un rigidi controlli statistici riguardavano ben 9425 donne hanno dimostrato in modo inequivocabile come il proogesterone endovaginale sia più efficace del cerchiaggio cervicale e del pessario cervicale nel prevenire il Parto Prematuro.

Prevenzione del Parto Prematuro. Porgesterone si ma non solo…

Sappiamo bene come anche alcune condizioni ostetriche come ad esempio particolari infezioni anche urinarie, anomalie morfologiche uterine ed alcune patologie della gravidanza siano direttamente correlate al Parto Prematuro. Il Progesterone Vaginale è una buona risorsa ma la prevenzione oltre che da una attenta osservazione parte spesso anche prima della gravidanza stessa….

DIABETE GESTAZIONALE. Cure, Screening, Diagnosi e Prevenzione.

MA COS’E’ IL DIABETE GESTAZIONALE? VEDIAMO INSIEME DI COSA SI TRATTA.

Si intende per diabete gestazionale (GDM) un’intolleranza al glucosio di entità variabile che inizia o viene diagnosticata per la prima volta in gravidanza e che si risolve generalmente non molto tempo dopo il parto. Questa definizione non escude tuttavia che in alcuni casi la malattia possa essere antecedente alla gestazione.

La prevalenza del problema in Italia varia dal 2 al 14% e la causa del diabete gestazionale è legata al fatto che durante la gravidanza si verificano variazioni ormonali che determinano una difficoltà dell’organismo nello “smaltire” ed utilizzare il glucosio determinando quindi di conseguenza un aumento dei livelli nel sangue.

Il problema del Diabete Gestazionale (GDM) è comunque certamente in incremento e ciò è dovuto da un lato all’età sempre più avanzata delle gravide ma dall’altro alla cattiva alimentazione ed a fenomeni immigratori che di popolazioni geneticamente a maggior rischio

Si è visto anche che chi ammala di diabete gestazionale ha un rischio di sviluppare diabete anche dopo la gravidanza e di ammalare della stessa patologia in gravidanza successive.

Il diabete gestazionale comporta sia rischi per la madre che per il feto:

Principali rischi materni e fetali legati al Diabete Gestazionale.

COME VIENE FATTA LA DIAGNOSI DI DIABETE GESTAZIONALE

La diagnosi di Diabete Gestazionale si fa o sul riscontro di un valore basale (la mattina a digiuno) di glicemia francamente alterato e sulla base del risultato di quella che viene chiamata Curva da carico di Glucosio (OGTT), momento diagnostico fondamentale. Contrariamente a quanto veniva fatto in passato attualmente non tutte le donne gravide devono fare la Curva da Carico ma solo quelle che presentano fattori di rischio o alterazioni della crescita fetale e/o del Liquiodo amniotico che possano far pensare ad una eventuale insorgenza della malattia.

Mentre un tempo lo Screening del Diabete Gestazionale era di tipo universale e quindi condotto su tutte le gestanti mediante la somministrazione di quella che era chiamata “piccola curva da carico” attualmente come abbiamo accennato si basa sulla presenza di fattori di rischio.  Salvo quindi la presenza di un diabete manifesto alle donne che hanno fattori di rischio (anamnestici o per la propria condizione clinica) viene offerta una Curva da Carico di Glucosio (OGTT) da 75 gr a 16-18 settimane (se negativa andrebbe poi ripetuta a 24-28 settimane). Anche l’età materna rientra tra i fattori di rischio quando >35 aa ed in questi casi la OGTT va fatta tra 24-28 settimane gestazionali.

VEDIAMO IN DETTAGLIO I FATTORI DI RISCHIO PER DIABETE GESTAZIONALE

Questi sono i fattori di rischio attualmente considerati nel protocollo di screening per il Diabete Gestazionale:

  • Età > 35aa
  • Indice di Massa Corporea (IMC) pregravidico > 25
  • Daibete Gestazione in una gravidanza precedente
  • Familiari diabetici (parente di I° grado)
  • Aver avuto un neonato di peso superiore a 4000 gr (macrosomia fetale)
  • Famiglia originaria di: Asia meridionale (in particolare India, Pakistan, Bangladesh), Caraibi (popolazione di origine africana), medio Oriente (in particolare Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Giordania, Siria, Oman, Qatar, Kuwait, Libano, Egitto)

Questo tipo di screening per il Diabete Gestazionale non è immune da critiche. Secondo infatti quelli che criticano questa procedura porterebbe ad un aumento le diagnosi di Diabete Gestazionale forse eccessivo e determinerebbe interventi terapeutici pittosto tardivi rispetto in particolare al metabolismo fetale.

LA CURVA DA CARICO DI GLUCOSIO (OGTT) IN GRAVIDANZA. QUESTI I VALORI DI RIFERIMENTO PER PORRE DIAGNOSI DI DIABETE GESTAZIONALE

Curva da carico glucosio 75 gr in gravidanza. Criteri diagnostici per Diabete Gestazionale (GDM): è sufficiente un valore alterato per fare diagnosi.

TERAPIA DEL DIABETE GESTAZIONALE

La terapia del Diabete Gestazionale si basa principalmente sulla dieta e sull’impostazione di una corretta adeguata attività fisica ma non sempre questo approccio è sufficiente e quindi talvolta è anche necessaria la terapia medica (Insulina). La verifica metabolica dei risultati ottenuti durante la terapia si fa con il Profilo Glicemico solitamente autogestito dalla paziente (autocontrollo domiciliare): consiste nel verificare con appositi semplici apparecchi la glicemia la mattina a digiuno e poi prima dei due pasti principali (pranzo e cena) controllando anche i valori cosidetti post-prandiali un’ora dopo l’inizio dei 3 pasti. Anche l’esame delle urine andrebbe costantemente monitorato ed in particolare l’eventuale presenza di chetonuria (deve essere assente). La glicemia a digiuno dovrebbe sempre essere inferiore a 92 mg/dl e un’ora dopo l’inizio del pasto non dovrebbe mai superare 130 mg/dl.

LA DIETA NEL DIABETE GESTAZIONALE. MOMENTO FONDAMENTALE.

Riguardo la dieta nella donna affetta da Diabete Gestazionale essa dovrà assicurare una nutrizione adeguata alla madre ed al feto, essere bilanciata ed articolata su 3 pasti quotidiani principali e 2-3 piccoli spuntini (metà mattina, metà pomeriggio e dopo cena se non ci sono problemi di ernia iatale o reflusso gastro-esofageo) consentendo di raggiungere e mantenere normali valori glicemici senza determinare la comparsa di chetonuria. Dovrebbe contenere una quantità di carboidrati pari al 45-48% delle calorie totali privilegiando i carboidrati a basso indice glicemico evitando i cibi che contengono una elevata quantità di zuccheri semplici. Le proteine dovrebbero fornire il 20% delle calorie e la quota energetica derivante dai lipidi non dovrebbe superare il 30-35% dell’energia totale giornaliera e l’apporto di colesterolo i 300 mg/dl. I grassi saturi non dovranno superare il 10% dell’energia totale. In gravidanza è altresì importante mantenere un adeguato apporto di acidi grassi essenziali per cui la restante quota di grassi andrà suddivisa tra acidi grassi polinsaturi omega-3 e omega-6. E a proposito di dieta potreste trovare interessante il nostro articolo su alimentazione in gravidanza.

PREVENIRE IL DIABETE GESTAZIONALE E’ POSSIBILE

La prevenzione del Diabete Gestazionale e delle sue temibili complicanze è possibile.  Aggiungo che si tratta un argomento estremamente importante che meriterebbe una maggiore sensibilizzazione anche degli Operatori Sanitari. Per evitare il diabete gestazionale la prima cosa da fare è di arrivare al momento del concepimento con un BMI normale. Questo è davvero strategico: il sovrappeso e l’obesità determinano già di persè una condizione di insulina-resistenza. Se comunque all’inizio della gestazione sono già presenti fattori di rischio è importante porre subito attenzione alla dieta ed all’attività fisica. A proposito di attività fisica è stato ampiamente dimostrato che se correttamente condotta può essere uno strumento molto efficace non solo nella prevenzione del diabete gestazionale ma anche di altre malattie della gravidanza riducendo quindi il rischio materno e fetale. L’Associazione degli Ostetrici Ginecologi Americani ha posto molta attenzione all’attività fisica in gravidanza ed ha anche recentemente dato delle raccomandazioni che potete trovare sul sito istituzionale ACOG a questo link. Nella tabella seguente potete vedere le indicazioni ACOG ed anche le controindicazioni all’attività fisica in gravidanza.

Attività fisica in gravidanza. Le raccomandazioni ACOG.

Muoversi in gravidanza, quando il vostro ginecologo ha escluso controindicazioni, fa veramente bene e non solo per prevenire il Diabete Gestazionale ma anche tante altre patologie della gravidanza senza trascurare poi anche a gli aspetti positivi a livello psicologico.

LA SVOLTA DEGLI INTEGRATORI

Nell’ambito dei provvedimenti preventivi molto interesse sta destando l’uso di integratori a base di Inositolo. Una sostanza ampiamente diffusa negli alimenti e con un basso passaggio transplacentare che svolge un’azione di secondo messaggero dell’azione dell’Insulina determinando quindi quando integrato nella dieta un miglior utilizzo del glucosio. Già impiegata in altre situazioni cliniche (es. Policistosi Ovarica) con successo ora secondo diversi studi osservazionali e trial clinici hanno se somministrata precocemente sembrerebbe ridurre l’inicdenza di diabete gestazionale.